L'Arte del Copricapo: Tra Storia, Follia e Contemporaneità
Una mostra a cura di Francesco Leopizzi designer
Il cappello rappresenta una sintesi perfetta tra utilità e simbolismo: per secoli è stato emblema di status sociale, prescrizione religiosa, baluardo protettivo e, infine, indiscussa icona di stile. Nel panorama contemporaneo del 2025, la sua funzione è mutata radicalmente: da obbligo dettato dall'etichetta si è trasformato in un potente strumento di auto-espressione individuale.
Oggi assistiamo alla celebrazione della cosiddetta "regola della disconnessione": il contrasto audace diventa canone estetico. Non è raro, infatti, veder dialogare un basco in feltro di rigorosa tradizione sartoriale con un outfit sportivo, o un cappellino da baseball accostato a un abito formale, scardinando i confini tra generi e contesti.
Quando il cappello trascende la sua natura funzionale, accede alla dimensione della scultura mobile. Intenderlo come forma d’arte significa riconoscere la sua capacità di alterare non solo i lineamenti del volto, ma l'intera percezione del corpo nel volume dello spazio. Questa valenza artistica è oggi sancita dalle più prestigiose istituzioni museali, come il Palais Galliera di Parigi o il Palazzo Pitti di Firenze, che dedicano ampie retrospettive a questo accessorio, elevandolo al rango di opera d’arte contemporanea.
Proprio per esplorare questo universo eclettico — e traendo ispirazione dalla celebre espressione settecentesca "matto come un cappellaio", nata quando l'uso del mercurio nella lavorazione del feltro segnava tragicamente la salute dei maestri artigiani — nasce un’iniziativa dedicata alla "follia" creativa del copricapo.
Nella suggestiva cornice di Villa San Donato, ospitati dalla Prof.ssa Patrizia de Mennato, giornata interamente dedicata alla celebrazione di questo accessorio, trasformando la dimora in un palcoscenico di storia, estro e cultura.
Sant’Eframo vecchio è un borgo a sé: una piccola Napoli in miniatura; una piazza con Il convento dei Cappuccini ne è il cuore pulsante dal 1530.
Villa di Donato è là accanto, è un originale esempio settecentesco di casino di caccia, uno dei pochi ancora esistente nell’area urbana di Napoli. Il lungo e curato viale d’accesso, le scuderie nei piani bassi e il complessivo impianto cubico, compaiono nella pianta di Rizzi Zannoni del 1790.
La Villa settecentesca conserva intatto il suo fascino grazie ai giardini, agli affreschi ben conservati - con scene di caccia, vita campestre e abiti del tempo tra eleganti grottesche - mostra in chiaro la data del 1786.
L’ospitalità garbata, il rispetto dell’arte di saper ricevere e la sua natura raffinata di contenitore delle arti e della musica confermano la sua atmosfera di "casa" privata, e vengono salvaguardati dai padroni di casa Patrizia e Gianfranco de Mennato.
Dal 2016 ospita “Live in Villa di Donato”, rassegna di musica, teatro e musica da camera che ha riscontrato un grande successo, evento dopo evento, ponendosi come Polo delle Arti e delle Culture: opificio, laboratorio sempre aperto alla ricerca e osservatorio sulle nuove energie creative della città.
Villa di Donato ha vinto il Premio Green Care 2018 per il miglior spazio verde privato aperto alla città e il Premio Cultural classic 2019 per la promozione culturale in ambito sociale.
Si ringraziano:
Patrizia de Mennato
Maddalena Marciano (docente costume Accademia belle arti Napoli )
Alessandra Cirafici (Università Luigi Vanvitelli Aversa )
Interviene:
Fabio Mangone direttore Museo Correale Sorrento.